Impronta carbonica: le emissioni di CO2 e gas serra nell’agricoltura - Il Blog di Selenella

Impronta carbonica: le emissioni di CO2 e gas serra nell’agricoltura

Carbon Footprint: una definizione

“Carbon Footprint” (impronta carbonica) è un termine che si sta diffondendo con rapidità tra i media di tutto il mondo, soprattutto in un momento come questo, in cui le tematiche legate al cambiamento climatico hanno raggiunto una significativa rilevanza all’interno del dibattito politico nazionale e internazionale.

Per chiarire il suo significato, possiamo genericamente definire l’impronta carbonica come un indicatore ambientale dell’impatto che le attività umane hanno sui cambiamenti climatici o, più in particolare, come la misura dell’ammontate di gas serra (GHG) emessi, direttamente o meno, da un’attività, un’azienda, un evento, un bene o un servizio.

Come si misura l’impronta carbonica di un prodotto o di un processo?

La CF (Carbon Footprint) di un prodotto o di un processo viene espressa come anidride carbonica equivalente (CO2 eq) e la sua misurazione richiede l’individuazione – nonché la quantificazione – dei consumi di materie prime e di energia nelle fasi del ciclo di vita dello stesso prodotto o processo.

Un’analisi e una contabilizzazione ancor più precise delle emissioni di CO2, si traducono anche nell’impegno a definire un sistema di carbon management finalizzato all’identificazione di interventi che riducono le emissioni di gas serra.

Misure di riduzione e misure di neutralizzazione delle emissioni di CO2

È possibile che le misure di riduzione vengano integrate con misure per la neutralizzazione delle emissioni (carbon neutrality), corrispondenti a vere e proprie attività di compensazione delle stesse, come piantare nuovi alberi o produrre energia rinnovabile.

Il calcolo della Carbon Footprint

Di quali gas teniamo conto nel calcolo dell’impronta carbonica? Sicuramente di tutti i gas climalteranti elencati nel Protocollo di Kyoto, e cioè: diossido di carbonio (CO2), ossido di diazoto (N2O), metano (CH4), esafluoruro di zolfo (SF6), idrofluorocarburi (HFCs) e perfluorocarburi (PFCs). Dal 2012, l’emendamento di Doha al protocollo di Kyoto considera anche il trifluoruro di azoto (NF3).

Per calcolare l’anidride carbonica equivalente, è necessario moltiplicare le emissioni di ciascuno di questi gas per il suo potenziale di riscaldamento, che è chiamato GWP (Global Warming Potential). Il GWP è una misura della quantità di calore intrappolata nell’atmosfera da una determinata massa di gas ad effetto serra, confrontata con il calore intrappolato dalla stessa massa di anidride carbonica, in un determinato intervallo di tempo (solitamente 100 anni).

Insomma, possiamo dire che questo indice si basa su una scala relativa che mette a confronto un determinato gas con un’uguale massa di CO2, il cui GWP è per definizione uguale a 1.

Il calcolo ci permette, dunque, di sommare tra di loro i contributi in termini di emissioni dei differenti gas serra, ottenendo così un unico indicatore che esprime il complessivo contributo climalterante di queste emissioni come CO2 equivalente.

Quali gas serra vengono prodotti dal settore agricolo?

I gas serra prodotti dal settore agricolo sono principalmente metano e protossido di azoto.

In particolare, il metano è generato nel momento in cui la sostanza organica è in fase di decomposizione in ambiente povero di ossigeno (soprattutto durante il processo digestivo dei bovini), nello stoccaggio degli effluenti di allevamento e nelle risaie sommerse.

Il protossido di azoto, invece, viene prodotto dalla trasformazione microbica dell’azoto nei suoli e nelle deiezioni.

Come mitigare i gas serra prodotti dall’agricoltura?

Prima di tutto è necessario aumentare l’efficienza produttiva: dal momento che l’impronta carbonica, come abbiamo visto, si riferisce a un prodotto o ad una superficie agricola utilizzata, è evidente che un’alta efficienza produttiva è in grado di ridurre l’entità delle emissioni.

L’obiettivo primario deve essere, dunque, minimizzare le emissioni di gas serra per unità di prodotto ottenuto. Come? Attraverso un’agricoltura sostenibile, che riduca al minimo i danni al nostro ecosistema.

Ridurre le emissioni di CO2

La fertilizzazione azotata con le deiezioni animali può essere ottimizzata, o quantomeno migliorata, attraverso una scelta appropriata del momento di somministrazione, un uso adeguato delle quantità – a seconda delle diverse colture – e attraverso tecnologie di precisione per i dosaggi e i posizionamenti (agricoltura di precisione).

Questi accorgimenti hanno come risultato una riduzione anche importante delle emissioni di protossido di azoto e del rilascio di nitrati nelle falde acquifere, oltre che nelle acque superficiali. Non va tralasciato, poi, un altro importante vantaggio: il risparmio di fertilizzanti di sintesi, con il conseguente azzeramento delle emissioni di anidride carbonica dovute alla loro distribuzione e produzione.

Risparmiare energia nei processi agricoli

Tutti gli interventi di risparmio energetico o di aumento dell’efficienza energetica di macchinari ed edifici, insieme all’installazione di impianti di produzione energetica da fonte rinnovabile, rappresentano soluzioni efficaci per mitigare le emissioni prodotte dal settore agricolo.

Sottrarre anidride carbonica dall’atmosfera

La cosiddetta agricoltura conservativa prevede pratiche agricole che tendono – appunto – alla conservazione della fertilità del suolo perché aumentano il suo contenuto di sostanza organica. Queste pratiche si traducono in una vera e propria sottrazione del carbonio dall’atmosfera.

Scopri di più sull’agricoltura integrata.

Nello specifico, le lavorazioni ridotte del terreno – come un’aratura poco profonda o la semina su sodo – limitano le modifiche all’assetto del suolo agricolo rispetto ad una più tradizionale aratura profonda che, accelerando la decomposizione della sostanza organica, favorisce le conseguenti emissioni di gas serra.

Anche l’incorporazione dei residui colturali e il sovescio di coltivazioni intercalari tra due colture arative consentono di ridurre le perdite di sostanza organica dal suolo, di migliorare la struttura del terreno e di aumentare insieme le produzioni, riducendo non solo i rischi di ruscellamento ma anche quelli di rilascio di nitrati nelle acque.

Come perseguire questi obiettivi?

Affinché quanto esposto finora diventi una realtà diffusa, sono necessarie condizioni culturali, politiche, sociali e infrastrutturali che possano consentire un trasferimento capillare di queste tecnologie a costi accettabili.

Resta indispensabile l’educazione ad un’alimentazione sostenibile, per migliorare non solo le condizioni di salute delle persone, ma anche dell’ecosistema in cui viviamo. Se da un lato dobbiamo andare verso una riduzione degli eccessi alimentari, dall’altro è imperativo stimolare un consumo consapevole e responsabile del cittadino, educando alla riduzione dello spreco alimentare.

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